Cultura - Storia
La fortezza dell’isola di Capo Passero, la cui costruzione risale ai primi anni del 1600, costituiva un avamposto difensivo contro le incursioni dei corsari moreschi. La costruzione è stata per decenni erroneamente attribuita all’imperatore Carlo V, a causa di un banale errore di trascrizione del sacerdote Antonio Maria Tedeschi, nel 1780. Di certo, la costruzione del forte non fu opera dell’imperatore del Sacro Romano Impero bensì risalirebbe ai primi anni del ’600, periodo in cui regnava Filippo III, nipote di Carlo V. L’architetto Camillo Camilliani, incaricato dall’imperatore, tramite il viceré Colonna, di studiare un sistema di potenziamento e controllo delle coste siciliane, nel 1583 aveva redatto un progetto, mai realizzato...
che prevedeva la fortificazione dell’isola di Capo Passero, considerata la sua strategicità ai fini di controllo delle coste siciliane. La decisione di fortificare l’isolotto, che si trovava di fronte il comunello di Terranobile (vecchio nome di Portopalo), fu presa nel 1584 dalla deputazione del Regno, l’organo politico-amministrativo che dipendeva dal viceré di Sicilia. A progettare l’opera fu l’ingegnere Giovanni Antonio Nobile. Decisiva fu la contribuzione della città di Noto che erogò una donazione di 21.000 scudi, deliberata nel luglio del 1600. Dopo poco più di un lustro, i lavori di costruzione della fortezza ebbero inizio. Lo stemma che si trova all’ingresso della fortezza, ancora oggi chiaramente visibile, appartiene a Filippo III. Incerta è la data di ultimazione dei lavori ma già nel 1611 il forte dell’isola è completo, come confermato da un disegno di Erasmo Magno da Velletri. Il castello ha vissuto vari periodi, caratterizzati da un diverso utilizzo della struttura. All’interno è visibile la tomba dell’alfiere spagnolo Lope de Medrano, ivi sepolto nel 1631 e profanata parecchi anni fa. La fortezza, di pianta quadrata, si trova nella parte più elevata dell’isola, a circa 22 metri sopra il livello del mare. Un tempo, l’accesso era regolato da un ponte levatoio. In un’epigrafe, nell’androne principale, si legge la seguente frase latina: Melius est invidia urgere quam commiserazione deplorare (1701). Ovvero: «Meglio agire che deplorare in modo rassegnato gli eventi».
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SERGIO TACCONE
FONTE: La Sicilia ( Edizione di Siracusa del 09-09-2009 )